DA ZENIT A ZENIT E

DA ZENIT A ZENIT E

di Danilo Cecchi

Fra le reflex a vite 42×1 europee e le reflex a vite 42×1 giapponesi si inserisce a metà degli anni Sessanta la reflex a vite 42×1 più economica dell’epoca. Si tratta di una reflex a vite modesta che viene importata in Europa in maniera saltuaria attraverso canali poco ortodossi e spesso bizzarri. La reflex arriva invece spesso in maniera più o meno clandestina da Mosca, nelle valigie dei turisti occasionali, insieme al caviale, alla vodka ed alle matrioske. La fotocamera si chiama Zenit E, possiede un’estetica goffa ed una meccanica fragile, monta obiettivi a vite 42×1 straordinari per le loro qualità ottiche e si caratterizza per una gamma molto limitata delle velocità di otturazione e per una storia che all’epoca risulta essere ancora misteriosa e poco nota ma che invece è lunga ed interessante.

UN ASTRO ALLO ZENIT

Come è stato appurato e divulgato, ma solo in anni relativamente recenti, la prima reflex 35mm sovietica viene costruita in base ad un progetto del tutto originale a Leningrado fra il 1936 ed il 1940, per essere successivamente dimenticata. All’epoca Leningrado è il centro della cultura ottica e meccanica della Unione Sovietica, è la sede dell’Istituto Ottico di Stato GOI e delle Officine Ottiche e Meccaniche di Stato GOMZ. Durante gli anni della guerra e l’assedio di Leningrado la produzione di obiettivi e di fotocamere sovietiche si riorganizza nel centro industriale di Krasnogorsk nella periferia di Mosca, dove nell’immediato dopoguerra vengono costruite le 6x9cm pieghevoli a soffietto Moskva e le 35mm a telemetro Zorki, identiche alle FED prebelliche ed identiche a loro volta alle Leica II. Con un pragmatismo assolutamente inossidabile i sovietici continuano a copiare la Leica II nella carrozzeria, nella meccanica, negli accessori e negli obiettivi standard, accoppiandogli nel dopoguerra le copie perfette degli obiettivi Carl Zeiss, dal Biogon 35mm ai Sonnar 50mm, 85mm e 135mm. Non vengono invece copiate nel dopoguerra le cassette a specchio PLOOT e Visoflex perché i sovietici ritengono, a ragione o a torto, di poter fare qualcosa di meglio e di più definitivo.

In uno slancio di audacia e di creatività i sovietici osano trasformare una Leica a vite in una reflex 35mm. Prendono un corpo Zorki con la sua carrozzeria, il suo otturatore, i suoi meccanismi di trascinamento ed i suoi comandi, ne eliminano drasticamente l’intero sistema di mira e di messa a fuoco telemetrica e ad esso sostituiscono in maniera definitiva una cassetta a specchio completa, con tanto di mirino pentaprismatico. Il risultato è quanto di più semplice e funzionale si possa immaginare, almeno per le conoscenze dell’epoca. Nasce in questo modo a Krasnogorsk nei primissimi anni Cinquanta una reflex dall’impiego semplice ed intuitivo, con un efficace sistema di mira e di messa a fuoco che anticipa le Edixa tedesche e le Asahi Pentax giapponesi ed arriva seconda solo rispetto alle Contax S da cui tuttavia si distingue in maniera estremamente netta. La prima reflex 35mm sovietica viene ottenuta a costi contenuti e con pochissimi sforzi progettuali. Si tratta quasi una Leica a vite con un mirino reflex sovrapposto e perfettamente integrato. La soluzione adottata dai sovietici è così semplice che viene da chiedersi perché Barnack e Leitz non vi abbiano mai pensato. Per la Zorki a specchio viene scelto il nome Zenit e la fotocamera viene messa in produzione accanto alle Zorki a telemetro e senza ulteriori modifiche fino dal 1953. Neppure l’innesto a vite degli obiettivi 39×1 viene modificato. Gli stessi obiettivi standard della Zorki, gli Industar 50mm f/3.5, si adattano perfettamente alla nuova fotocamera dopo la regolazione sull’infinito in funzione del maggiore tiraggio della reflex e con una semplice modifica del barilotto che diventa rigido e più corto. Per i grandangolari da 35mm e per gli obiettivi Iupiter da 50mm f/2.0 e f/1.5 non è possibile nessun tipo di adattamento a causa delle lenti tergali troppo arretrate, mentre gli obiettivi Iupiter 85mm e 135mm vengono modificati nel tiraggio e vengono adattati senza troppi scrupoli nella nuova montatura corta alla nuova fotocamera.

La Zenit si presenta per quello che è, una reflex 35mm piccola e modesta con velocità di otturazione da 1/20 a 1/500, priva dell’autoscatto, delle velocità lente e di qualsiasi forma di prediaframma. La Zenit è pesante poco più di una Zorki, è lunga come una Zorki, ed è alta come una Zorki salvo per il pentaprisma e per il selettore delle velocità che è posizionato su un carter modificato in altezza che occupa però solo una parte del tettuccio. La Zenit è spessa come una Zorki salvo la sporgenza di un centimetro circa della scatola dello specchio e mantiene lo stesso scomodo fondello amovibile delle Zorki. Come la Zorki anche la Zenit viene caricata dal basso ed i fondelli delle due fotocamere possono essere scambiati. La Zenit si presta ad affiancare le Zorki nelle riprese con il teleobiettivo e con gli accessori macro, oltre che nell’impiego generico, viene pubblicizzata dalla stampa specializzata sovietica ma solo sul territorio sovietico e si accinge a soddisfare a costi contenuti la voglia di fotografia reflex di diecine di migliaia di fotoamatori sovietici. La Zenit è figlia della ricostruzione e del dopoguerra ma anche in una certa misura dell’isolazionismo a cui è costretta l’Unione Sovietica, si sviluppa in un ambiente chiuso, senza rapporti neppure con le reflex della prolifica DDR e segue strade assolutamente originali rappresentando l’unico frutto del ramo delle reflex 35mm a vite 39×1.

Come le Zorki le Zenit seguono lo stesso cammino evolutivo e sono sottoposte alle medesime varianti. La gamma delle velocità viene modificata con la velocità più bassa portata a 1/30 e nel 1956 quando il Soviet supremo decide che tutte le fotocamere sovietiche devono essere sincronizzate con il flash, le Zenit vengono completate con l’aggiunta di una presa esterna di sincronizzazione standardizzata. Nello stesso tempo le Zorki a telemetro vengono modificate nel carter per ospitare il contatto sincro previa una modifica del carter superiore che diventa più alto, mentre le Zenit non hanno neppure bisogno di questa modifica e si limitano ad ospitare la presa sincro sul carter superiore che è già sovradimensionato. Le Zenit sincronizzate vengono denominate Zenit S o Zenit C secondo l’alfabeto cirillico e la lettera C viene incisa sulla base del pentaprisma accanto al nome della fotocamera. Nello stesso tempo le Zorki diventano Zorki C, le Zorki 2 diventano Zorki 2C e le Zorki 3 diventano Zorki 3C. La Zenit non sincronizzata viene costruita per soli tre anni in circa quarantamila esemplari mentre la Zenit C viene costruita per sei anni in circa duecentotrentamila esemplari con un ritmo produttivo quasi triplicato. Come è noto le Zenit non sfuggono alla regola che vuole indicato sulle fotocamere sovietiche dell’anno di nascita, corrispondente alle prime due cifre del numero di serie. La datazione di una Zenit diventa immediata e nessuna Zenit può nascondere la propria età.

La terza Zenit

Quando nel 1960 le Zorki C e 2C vengono sostituite dalle Zorki 5 e successivamente dalle Zorki 6 anche le Zenit C vengono sostituite dal modello migliorato Zenit 3. I miglioramenti si limitano all’estetica ed alla meccanica senza apprezzabili aumenti delle prestazioni. L’innesto a vite 39×1 rimane invariato, la gamma delle velocità di otturazione fra 1/30 e 1/500 di secondo rimane invariata e lo scomodo caricamento dal fondello anche. La carrozzeria diventa più alta ma solo a causa del nuovo carter superiore monoblocco, mentre il bottone di caricamento viene sostituito da una corta leva di carica ed il pulsante di scatto filettato viene posto in asse con essa. Viene aggiunto il meccanismo dell’autoscatto con la levetta sul frontale e l’obiettivo standard diventa un Helios 44 da 58mm di focale con luminosità f/2 realizzato in base agli schemi ottici del Biotar della Carl Zeiss di Jena. L’obiettivo viene dotato di preselezione manuale del diaframma ma non si parla ancora di modificare la fotocamera con il meccanismo per la chiusura automatica o semi automatica del diaframma e non si parla neppure dello specchio con il ritorno istantaneo. La Zenit 3 non si dimostra troppo innovativa e viene eliminata dalla produzione dopo soli due anni di vita e ottantamila esemplari prodotti.

Nel 1961 viene messa in produzione una nuova fotocamera reflex 35mm caratterizzata come le Zorki 6 da un fondello inamovibile e dal dorso con apertura a cerniera. Il carter superiore viene modificato nel disegno ed il cappuccio del pentaprisma viene sagomato a bande in rilievo. La fotocamera pur essendo derivata dalla Zenit viene battezzata con il nome un poco civettuolo Kristall ma si tratta di un esperimento effimero che dura meno di due anni. La Kristall viene costruita in sessantacinquemila esemplari e viene successivamente modificata e ribattezzata Zenit 3M. Il carter superiore ritorna alla linea semplice e squadrata della Zenit 3 e la fotocamera non subisce altre modifiche, né nell’innesto a vite 39×1, né nello specchio privo di ritorno automatico né nel diaframma che rimane rigidamente manuale. La preselezione automatica del diaframma non viene mai presa in considerazione sulle Zenit perché nei primi anni Sessanta viene sviluppato il progetto della fotocamera Start, una reflex 35mm con innesto a baionetta passiva con collare di serraggio, dotata di un sistema di trasmissione automatica esterna del diaframma del tipo di quello usato sulle Exakta e sulle Alpa. La Start affianca a Krasnogorsk per un certo periodo la produzione delle Zenit. La logica sovietica distingue nettamente i fotografi amatori che non necessitano del diaframma automatico dai fotografi professionisti che necessitano invece in alcune occasioni di tali prestazioni. Per i primi viene messa in produzione la più economica Zenit e per i secondi la più costosa Start, quasi una Super Zenit. Di fatto la Start vive una stagione eccezionalmente breve ed utilizza un parco ottiche molto limitato mentre la Zenit nelle diverse versioni rimane in produzione molto a lungo e vede crescere il numero degli obiettivi con innesto a vite 39×1. Dai programmatori sovietici non viene fatta nessuna concessione al consumismo borghese, e ad ogni esigenza reale viene fatta corrispondere una determinata fotocamera, senza alimentare falsi bisogni o falsi miti di benessere. Alla base della produzione delle Zenit vi sono i principi di semplicità, solidità ed efficienza, sposati ai principi di economicità e larga diffusione tra le masse. La Zenit 3M rappresenta a questo proposito un grosso successo e viene costruita nell’arco di otto anni in settecento e ottantamila esemplari. Pur essendo tecnologicamente molto arretrate rispetto alla contemporanea produzione tedesca e giapponese le Zenit 3M cominciano ad essere esportate anche al di fuori dei confini dell’Unione Sovietica e al di là della cortina di ferro che separa l’occidente dai paesi dell’Est per entrare ma senza troppo clamore in Europa. Le Zenit 3M destinate all’esportazione sono facilmente individuabili perché il nome Zenit inciso alla base del pentaprisma è scritto in caratteri latini anziché in caratteri cirillici.

Da Zenit 3 a Zenit E

Nel 1965, mentre in Giappone nasce il TTL, in Russia si decide di incorporare sul frontale delle Zenit un esposimetro al selenio che non è accoppiato né alle velocità di otturazione né all’anello dei diaframmi. Con l’occasione la Zenit viene ristudiata e ridisegnata completamente e nasce una nuova fotocamera che viene battezzata Zenit E dove la E può essere interpretata come l’iniziale della parola Esposimetro. La Zenit E mantiene la gamma delle velocità ridotta fra 1/30 e 1/500 di secondo ma viene profondamente modificata nell’estetica. Il carter viene stilizzato secondo linee più squadrate, il frontale diventa appena più elegante e raffinato che nei modelli precedenti, senza perdere tuttavia l’aspetto di una fotocamera popolare squadrata con l’accetta. La Zenit E monta come le Zenit 3M una corta leva di carica con in asse il pulsante di scatto filettato e dalla parte opposta un bottone estraibile per il ribobinamento del film con il pulsante di sblocco sul tettuccio. La finestra dell’esposimetro al selenio è perfettamente rettangolare ed è inserita alla base di un pentaprisma particolarmente incassato nel corpo macchina mentre sul tettuccio l’aghetto del galvanometro è visibile in una finestra dalla forma a mezzaluna. L’esposimetro incorporato comincia ad essere presente su altre fotocamere sovietiche dell’epoca, come le Fed 4, ed è un primo sintomo di apertura verso una tecnologia un poco più occidentalizzata. Non si parla tuttavia ancora di diaframma automatico e non si parla per il momento di specchio con ritorno automatico. Le prime Zenit E hanno lo specchio con ritorno manuale e montano ancora il bocchettone d’innesto degli obiettivi con diametro da 39mm. Attorno al 1968 le Zenit cambiano improvvisamente le loro prestazioni e rimanendo esteticamente immutate acquisiscono lo specchio con ritorno istantaneo e l’innesto a vite 42×1. Grazie a questa seconda innovazione le Zenit E entrano ufficialmente ed a pieno diritto nel mondo delle reflex a vite, un mondo che nel 1968 è già densamente affollato da nomi tedeschi come Edixa e Regula e da nomi giapponesi come Yashica e Mamiya.

Accanto alla Zenit E a Krasnogorsk si pensa di mettere in produzione una fotocamera dalle stesse caratteristiche ma più economica. Poiché l’esposimetro incorporato non accoppiato non è ugualmente apprezzato da tutti i fotografi la versione economica della Zenit E viene privata di questo accessorio giudicato superfluo lasciando invece immutati l’innesto 42×1 e lo specchio a ritorno istantaneo. La fotocamera così modificata viene battezzata semplicemente Zenit B. In realtà nell’alfabeto cirillico la lettera B corrisponde alla lettera V dell’alfabeto latino ma anche sul frontale delle fotocamere destinate all’esportazione campeggia accanto al nome Zenit scritto in caratteri latini la stessa lettera B. La Zenit B viene costruita fino al 1973 in novecentomila esemplari mentre la più pretenziosa Zenit E vive fra alterne vicende e piccole modifiche estetiche fino al 1982 arrivando ad essere costruita in tre milioni di esemplari e conquistandosi in questo modo anche fra le fotocamere sovietiche un record personale. La Zenit E risulta essere una fra le più comuni reflex 35mm a vite 42×1 ed in Unione Sovietica nel corso della sua lunga esistenza si trova a rivestire molti ruoli, da quello di fotocamera celebrativa dei giuochi olimpici di Mosca del 1980 a quello di cecchino fotografico. Commercializzata in una confezione speciale insieme ad un teleobiettivo Tair 300mm f/4.5 con innesto a vite 42×1 e ad una imbracciatura speciale sagomata a calcio di fucile la Zenit E viene denominata Fotosnaiper, letteralmente cecchino fotografico, ma si tratta della versione civile del fotofucile militare sovietico degli anni Trenta ispirato a sua volta al più famoso Leica Gun.

Nel 1972 il problema del diaframma automatico viene posto in maniera concreta anche in Unione Sovietica. Dopo aver inviato nello spazio la prima cagnetta, il primo uomo e la prima donna, e dopo aver rinunciato allo sbarco sulla luna, la tecnologia sovietica è conscia di doversi riscattarsi in qualche modo almeno in campo fotografico. Il sistema di accoppiamento fra corpo macchina e diaframma dell’obiettivo adottato da quasi quindici anni indiscriminatamente dai tedeschi dell’Est e dell’Ovest e dai giapponesi viene ripreso integralmente dai sovietici che mettono in produzione le versioni automatiche delle Zenit B e delle Zenit E lasciando la carrozzeria e le altre prestazioni immutate e ribattezzando le fotocamere Zenit BM e Zenit EM. La Zenit BM priva di esposimetro sostituisce il modello Zenit B ma viene costruita appena in poco più di mille esemplari forse solo a titolo di esperimento. Pur essendo una fotocamera modesta la sua relativa rarità giustifica agli occhi dei collezionisti di fotocamere russe un prezzo di tre o quattro volte più alto di quello delle più comuni Zenit B e delle Zenit E. Il modello Zenit EM con esposimetro e diaframma automatico viene costruito in un milione circa di esemplari fino al 1984 ed affianca ma non sostituisce la Zenit E. In pratica le Zenit EM e le stesse Zenit E rimangono in produzione anche dopo la presentazione della nuova fotocamera Zenit TTL avvenuta nel 1977.

La carrozzeria delle Zenit rimane sostanzialmente immutata per parecchi decenni nonostante l’ondata di rinnovamento che percorre l’industria fotografica degli anni Ottanta. La stessa carrozzeria con pochissime varianti come la staffa con contatto diretto o il manettino estraibile di ribobinamento viene utilizzata oltre che sulla Zenit TTL e sulle sue varianti anche sulle varianti della stessa Zenit E. Oltre che a Krasnogorsk le varianti della Zenit E vengono costruite a Minsk in Bielorussia nelle officine Bielomo ed assumono talvolta sigle diverse a seconda del periodo o dell’area geografica di provenienza. La Zenit 11 identica alla Zenit EM con lo stesso esposimetro esterno ed il diaframma con preselezione automatica viene costruita a Minsk dal 1981 al 1990 in un milione e trecentomila esemplari.